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La scuola che verrà e il mondo delle fiabe

CDT

Da ex docente ho le mie riserve sul progetto La scuola che verrà, ma qui vorrei soffermarmi dapprima su qualche riflessione che potrebbe fare il comune cittadino. Inizio il ragionamento dalla parte finanziaria, poiché, volenti o nolenti, in tempi di vacche magre non si può non pensare anche a questo. Ancora martedì 21 marzo, a «Piazza del Corriere» moderata da Gianni Righinetti, tutti i partecipanti hanno dichiarato che la scuola ticinese è una buona scuola. Il comune cittadino allora, forse, si chiederà come mai per migliorare una scuola che è già buona siano necessari così tanti milioni: una quantità una tantum imprecisata per ampliare ed attrezzare le sedi di scuola media (l’investimento è necessario poiché la suddivisione delle classi in gruppi più piccoli necessita di un maggior numero di aule) e poi ben 32 milioni all’anno per sempre. Per migliorare una scuola già buona non basterebbe solo qualche ritocco del costo di pochi milioni? E non ci sono magari anche miglioramenti che si possono apportare a costo zero o ad un costo molto ridotto? Siamo tutti d’accordo che investire nella formazione dei giovani sia buona cosa. Ma 32 milioni all’anno in più sono veramente tanti soldi; si tratta di 90 franchi di imposte a testa ogni abitante, neonati, novantenni, persone in assistenza, disoccupati compresi. O, visto da un altro punto di vista, si tratta di 1.100 franchi all’anno in più spesi per ogni allievo di scuola elementare o media. Ripeto: in più, perché non è che oggi sia a costo zero, anzi!

Al dibattito di «Piazza del Corriere» su TeleTicino il ministro Bertoli ha definito una «stortura» la questione dei livelli che il progetto vorrebbe abolire; da parte del deputato Ghisletta, il sistema adottato da tutti gli altri Cantoni è stato considerato come se fosse fuori dal tempo. Il cittadino comune si chiederà: ma se a 40 anni dalla nascita della Scuola media unica ticinese, praticamente tutti gli altri Cantoni, dopo la sesta classe elementare (corrispondente alla nostra prima media) hanno ancora la suddivisione in Sekundarschule e Realschule, i loro addetti ai lavori sono tutti incapaci e i ticinesi, invece, sono tutti premi Nobel della pedagogia? Possibile che in 40 anni nessuno, in Svizzera, si sia accorto che la scuola ticinese è molto più avanti? O non è probabile, invece, che ritengano che il loro sistema, se non migliore, sia almeno equivalente?

Un’altra questione che il comune cittadino fatica a comprendere è come mai se oggi, con la soglia del 4.65 da superare, abbiamo oltre il 30% di bocciati in prima liceo (probabilmente il 40% se dalla statistica togliamo coloro che ripetono la prima), abolendo quest’asticella la situazione dovrebbe migliorare. Il ministro Bertoli ha detto, giustamente, che il ragionamento è spesso questo: «Non so ancora bene cosa fare, ho la media del 4.65, il liceo è vicino a casa e allora ci vado». E quindi al liceo arrivano allievi poco motivati con tutte le conseguenze del caso. Bertoli sostiene, ancora giustamente, che, per ovviare al problema, occorrano una migliore informazione, un migliore orientamento, una migliore sensibilizzazione, un maggior coinvolgimento di allievi e famiglie in modo che la scelta sia fatta con maggiore consapevolezza. Sinceramente, però, non riesco a capire cosa impedisca di fare tutto ciò pur mantenendo l’asticella al 4.65 (o un po’ più in alto, visti i risultati in prima liceo): chi non la capisce con le buone che non è adatto al liceo, lo capirà con l’asticella.

Ma ci sono altre possibili considerazioni e punti di vista. Prima di tutto si può tentare, spesso con grosse difficoltà, di informare, orientare, coinvolgere, ma alla fine, senza asticella, ogni famiglia farà quel che vuole. Poi, fra i miei allievi di scuola professionale a tempo pieno mi è sovente capitato di trovarne di quelli in grosse difficoltà scolastiche che avrebbero voluto un posto di apprendistato, ma non l’hanno trovato. E sapete cosa mi dicevano? «Non ho trovato il posto d’apprendistato, non avevo la media per andare al liceo e allora sono venuto qui». Quindi, se non ci fosse stata l’asticella del 4.65, sarebbero andati al liceo pur non avendo nemmeno le capacità per una scuola professionale a tempo pieno.

E qui subentra un discorso delicato: a non trovare il posto di apprendistato sono soprattutto i figli di famiglie molto modeste e con bassa formazione scolastica, poiché mancano loro le conoscenze, le relazioni. Saranno proprio queste famiglie che, sperando di assicurare un futuro migliore ai loro figli, in mancanza di un’asticella e/o di un posto di apprendistato, indipendentemente dalle capacità, manderanno i figli al liceo verso una probabile bocciatura, spese non indifferenti, anni di formazione persi (che, in seguito, diventeranno anni di stipendio persi).

Non dimentichiamo infine che, attualmente, anche per l’accesso alle scuole professionali a tempo pieno e per gli apprendistati di maturità occorrono determinate medie. La conseguenza è che per la maggior parte degli allievi di scuola media ci sono asticelle da superare per accedere alle formazioni post-obbligatorie. Questo è un male? È una stortura? Trentacinque anni d’insegnamento mi dicono che non è proprio così. Senza esami finali, senza medie da raggiungere, senza obiettivi numerici da conquistare siamo sicuri che prepariamo i nostri figli all’accesso al competitivo ed esigente mondo del lavoro o alle impegnative scuole postobbligatorie? A me sembra piuttosto una favola, bella, ma al di fuori della realtà.

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